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Articolo del 16/11/2015

Categoria: Professione & Clinical Governance

Emotrasfusione, infezione e prova della responsabilitą della struttura


a cura di


Pubblicato il 16/11/2015 da Sergio Fucci

Una paziente, deducendo di essere rimasta infetta da HIV a seguito di una emotrasfusione eseguita in un policlinico, conviene in giudizio la struttura chiedendo il risarcimento dei danni patiti.
La sua domanda viene respinta sia in primo grado che in secondo grado perché i giudici di merito ritengono che non vi era agli atti la prova che l’infezione lamentata dalla paziente fosse stata prodotta dall’emotrasfusione incriminata.

L’interessata impugna la sentenza d’appello e la Suprema Corte, terza sezione civile, con la recente sentenza n. 18895/15, depositata il 24/09/2015, ha annullato la decisione impugnata rimettendo le parti davanti al giudice d’appello per un nuovo giudizio nel quale dovranno essere applicati i principi stabiliti dai giudici di legittimità.
La Corte di Cassazione, in particolare, ha rilevato che i giudici di merito avevano ingiustamente addossato alla paziente l’onere di dimostrare che era sana al momento di ingresso in ospedale.



La Suprema Corte ha richiamato al riguardo il principio di diritto stabilito dalle Sezioni Unite Civili della Cassazione che, con sentenza n. 577 dell’11/11/2008 relativa al tema dell’infezione trasfusionale, avevano già affermato che compete alla struttura ospedaliera dimostrare che l’inadempimento contestato dalla malata è irrilevante “perché l’affezione era già in atto al momento del ricovero”.

I giudici della Cassazione, inoltre, hanno ritenuto che l’esistenza di un nesso di causalità tra la trasfusione incriminata e l’infezione di cui si discute era già stata accertata con un'altra sentenza passata in giudicato relativa alla (diversa) domanda proposta dalla paziente al fine di ottenere il pagamento dell’indennizzo dovuto in casi simili.
Il giudicato, infatti, si forma sui fatti accertati e non sui loro effetti giuridici.






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