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Articolo del 03/04/2015

Categoria: Professione & Clinical Governance

Fatale scelta di non intraprendere idonea terapia antibiotica e morte del paziente


a cura di


Pubblicato il 03/04/2015 da Sergio Fucci

Un bambino di cinque anni, affetto dalla nascita da fibrosi cistica, viene preso in carico da un medico che decide di sospendere i tradizionali trattamenti seguiti in precedenza per eseguire cure di non comprovata efficacia (terapia ayurvedica) omettendo, in particolare, di procedere con la necessaria terapia antibiotica (da praticare per via endovenosa in ambiente ospedaliero) nel momento in cui si manifesta un’infezione respiratoria acuta conseguente ad una riacutizzazione polmonare necrotizzante bilaterale che, non contrastata, conduce alla morte il paziente.



Il medico viene ritenuto colpevole del reato di omicidio colposo e condannato dal Tribunale alla pena di due anni di reclusione e al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili, con sentenza confermata dal giudice d’appello.
Viene presentato ricorso in cassazione dall’imputato e la Suprema Corte, quarta sezione penale, con la recente sentenza n. 8527/15, depositata il 25/02/15, pur dichiarando prescritto il reato, ha confermato la condanna del medico al risarcimento dei danni ritenendo sussistente una condotta colposa causativa della morte del paziente.
La Corte di Cassazione, in particolare, ha osservato che l’imputato aveva assunto la posizione di medico curante e, quindi, di garante della salute del piccolo malato le cui condizioni non erano gravi nel momento in cui si sarebbe dovuta intraprendere la terapia antibiotica necessaria per contrastare l’infezione insorta.

Nel rigettare i motivi di impugnazione la Suprema Corte ha altresì sottolineato che era stato il medico ad effettuare la scelta di interrompere le terapie tradizionali e quella di non intraprendere l’indispensabile trattamento antibiotico e che, anche a volere ritenere l’ipotesi di una autonoma volontà dei genitori contraria alle necessarie cure, spettava al medico non solo prospettare la certa inidoneità della sola terapia ayurvedica ma anche coinvolgere nel processo decisionale i soggetti istituzionali preposti alla tutela pubblica del minore (tra cui anche il giudice tutelare) al fine di sollecitare un dialogo giuridicamente corretto e sostanzialmente più proficuo per l’individuazione del “best interest” del minore.
I genitori, infatti, da soli non possono decidere di sottrarre il figlio minore alle tradizionali e efficaci terapie per percorrere la strada di trattamenti meramente palliativi o compassionevoli.


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