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Articolo del 06/09/2022

Categoria: Giurisprudenza

Le regole che si devono applicare in sede di rinvio al giudice civile da parte del giudice penale ex art. 622 cpp


a cura di Sergio Fucci


Un medico di turno al pronto soccorso di un nosocomio viene denunciato da parte dei familiari di un paziente deceduto, secondo la loro prospettazione, perché il sanitario aveva errato la diagnosi e il piano terapeutico.


Il medico viene assolto sia in primo che in secondo grado in quanto il primo giudice ritiene insussistente il fatto contestato e il secondo giudice assente il nesso causale.

I familiari del paziente ricorrono in cassazione ai fini civili e la Suprema Corte con sentenza n.1043/2011 annulla la sentenza di appello, rinviando ex art. 622 cpp (norma che regola la procedura conseguente all’annullamento della sentenza ai soli effetti civili) al giudice civile.

La competente Corte d’Appello, istruita la causa mediante CTU medico legale, accoglie la domanda proposta dai soggetti legittimati e condanna il sanitario al pagamento di € 211.216,48 a ciascuno dei tre eredi a titolo di danno iure proprio da lesione del rapporto parentale, oltre interessi e spese del giudizio.

Avverso questa sentenza ricorre in cassazione il medico, ma la Suprema Corte, terza sezione civile, con la recente sentenza n. 25541/22, depositata il 30/08/22, rigetta il ricorso, confermando la condanna al risarcimento inflitta dal giudice d’appello.

La Cassazione, infatti, afferma che, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, il giudice civile in sede di rinvio ha giustamente applicato, in tema di nesso causale, il canone probatorio del "più probabile che non" e non quello “dell'alto grado di probabilità logica e di credenza razionale" in quanto in sede di rinvio si deve solo discutere dell’illecito civile e non del reato ormai estraneo al processo.

Ciò significa che l’originario imputato, ora convenuto in sede civile, non può invocare in sede di rinvio le garanzie proprie del processo penale.

La Cassazione, inoltre, afferma che la Corte d'appello, ha correttamente richiamato ed applicato l'insegnamento di legittimità laddove ha ritenuto che il fatto illecito costituito dalla uccisione del congiunto ha dato luogo ad un danno non patrimoniale “presunto”, consistente nella perdita del rapporto parentale, in quanto ha colpito soggetti (i figli del paziente defunto), legati da uno stretto vincolo di parentela con il soggetto deceduto, la cui estinzione lede il diritto all'intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che caratterizza la vita familiare nucleare.







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