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Articolo del 06/09/2022

Categoria: Giurisprudenza

Grave azzardo terapeutico e decesso del paziente Dolo o colpa?


a cura di Sergio Fucci


Un infermiere di un reparto ospedaliero viene accusato di omicidio doloso perché al fine di agevolare la sedazione di un paziente ivi ricoverato gli somministrava senza alcuna prescrizione midazolam per via endovenosa e poi ometteva di fornire ai soccorritori rianimatori le doverose informazioni circa l'avvenuta e continuata somministrazione del medicinale, impedendo di fatto la immediata e pronta somministrazione di farmaci con effetti antitetici a quelli nefasti in corso (farmaci antagonisti presenti nel reparto).


Con le circostanze aggravanti di avere commesso il fatto usando sostanze venefiche, agendo per motivi abietti e futili (dettati dalla esigenza di sedazione del paziente per scongiurare un continuo monitoraggio delle relative condizioni), approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la difesa pubblica e privata, oltre che agendo con abuso di prestazione d'opera, avendo somministrato un farmaco letale fuori dalla prescrizione medica e del tutto contro indicato rispetto alle condizioni generali del paziente curato con una adeguata terapia in corso.

L’infermiere, previa riqualificazione del fatto come omicidio colposo, viene condannato in primo grado alla pena di tre anni e quattro mesi di reclusione con sentenza poi riformata in appello.

La Corte d’Appello, infatti, ritiene sussistente nella fattispecie il più grave reato di omicidio doloso, con conseguente condanna alla maggiore pena ritenuta di giustizia.

Ricorre in cassazione l’infermiere contestando, tra l’altro, la sussistenza dei presupposti per affermare la sua responsabilità in relazione all’omicidio doloso contestatogli e comunque il corretto accertamento del nesso di causalità tra la sua condotta e l’evento.

La Suprema Corte, con la recente sentenza n. 3275/2022, depositata il 02.09.22, annulla per difetto di motivazione la sentenza impugnata e rinvia per un nuovo giudizio ad altra sezione del competente giudice d’appello.

La Cassazione afferma, in linea generale, che deve evitarsi di ricondurre nell’ambito del dolo ogni comportamento improntato a grave azzardo, quasi che la distinzione tra dolo e colpa sia basata su un dato "quantitativo" della sconsideratezza della condotta (uguagliando la maggiore sconsideratezza al maggiore tasso di rappresentazione e volizione), piuttosto che su un accurato esame delle specificità del caso concreto, attraverso il quale pervenire al dato differenziale di fondo: ossia attribuire o meno al soggetto attivo un atteggiamento di volizione dell'evento lesivo o mortale (intesa in senso ampio, ossia comprensiva dell'accettazione dell'eventualità concreta di questo evento).

Passando all’esame del caso di specie la Suprema Corte osserva che non è convincente la motivazione della sentenza d’appello laddove sostiene che vi sono elementi per ritenere sussistente il dolo contestato in quanto non viene adeguatamente spiegato, tra l’altro, perché l'antidoto avrebbe sicuramente salvato la vittima nonché la consapevolezza dell'imputato circa le fatali conseguenze determinate dalla mancata rappresentazione da parte sua di avere somministrato il midazolam.






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