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Articolo del 13/05/2022

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Due infermiere del reparto di neurologia riabilitative assolte dal reato di omicidio colposo


a cura di Sergio Fucci


A due infermiere viene contestato di aver cagionato per imperizia la morte di un degente del reparto di neurologia riabilitativa perché, secondo la tesi dell’accusa, dopo avere visto un paziente (soggetto portatore di gravi difficoltà deambulatorie e declino collettivo a loro noto) seduto sul letto di degenza con una delle sbarre laterali abbassata, le gambe fuori dal letto e la schiena appoggiata ad una poltroncina, avevano collocato sul suo addome un lenzuolo e lo avevano legato al letto in modo non adeguato a prevenirne i movimenti, così cagionandone la caduta dal letto, con conseguente trauma cranio-facciale produttivo di frattura zigomatica sinistra e di estesa e voluminosa emorragia sottodurale biemisferica, che poi ne aveva provocato il decesso.


Le due professioniste vengono assolte sia in primo che in secondo grado dal delitto di omicidio colposo in quanto i giudici di merito, nella sostanza, escludono che sia stato provato che la caduta del paziente era stata provocata da un loro comportamento imperito.
Ricorre in cassazione, solo ai fini civili, la parte civile sostenendo che la sentenza d’appello era affetta da vizi di motivazione e comunque era illogica laddove aveva escluso la responsabilità delle imputate che non avevano posto in essere le cautele necessarie ad evitare la caduta del malato.
La Suprema Corte, quarta sezione penale, con la recente sentenza n. 15494/2022 (depositata il giorno 21/04/2022), respinge il ricorso della parte civile, confermando quindi la sentenza d’appello impugnata e ponendo le spese di lite a carico della ricorrente.
La Suprema Corte osserva che in base agli accertamenti svolti in sede di giudizio di merito era emerso che le due infermiere avevano agito nel rispetto delle linee guida e che quindi non poteva fondatamente ravvisarsi nella loro condotta alcuna imperizia.
La Cassazione sottolinea, in particolare, che dagli atti emerge che il paziente, descritto come persona di non facile contenimento, in base alle prescrizioni dei medici doveva essere posto in posizione seduta per evitare la formazione di piaghe da decubito e che era prassi consolidata nel reparto - da cui le imputate nella loro qualità di infermiere non avrebbero potuto discostarsi - l'utilizzo del lenzuolo avvolto all'addome e legato al letto, per scongiurare il rischio caduta.
La Suprema Corte, inoltre, afferma che i giudici di merito hanno ritenuto che non era stata raggiunta la prova che il nodo con cui il lenzuolo era fissato al letto fosse stato effettuato in modo non corretto e che non era consentito al giudice di legittimità la rilettura degli elementi probatori che avevano portato i primi giudici a questa conclusione con un adeguato percorso giustificativo della decisione presa.






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