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Articolo del 15/04/2022

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Responsabilitą penale del sanitario in servizio di guardia medica


a cura di Sergio Fucci


Ad un sanitario in servizio in un presidio di guardia medica viene contestato di avere cagionato la morte di un uomo di 52 anni che, avendo avuto un malore durante una escursione in montagna, si presentava nella struttura in cerca di urgente aiuto accusando sintomi vistosamente riconducibili ad infarto del miocardio.


Secondo la tesi dell’accusa il medico, infatti, dopo avere ricevuto il paziente nei locali della guardia medica senza prestare una qualunque forma di soccorso immediato, lo indirizzava presso un ospedale distante 18 km sostenendo di non essere in possesso di strumentazione idonea a soccorrerlo e omettendo anche di chiamare i numeri di emergenza per l'immediato trasporto in ospedale del paziente, mediante ambulanza attrezzata.
Il medico viene giudicato colpevole dal Tribunale del reato ascritto e condannato alla pena ritenuta di giustizia con sentenza poi confermata in appello, essendo stata ritenuta fondata la tesi dell’accusa.
Il sanitario, pertanto, ricorre in cassazione sostenendo, tra l’altro, che ingiustamente non era stata effettuata una perizia dibattimentale per accertare la causa della morte del paziente, che il malato si era allontanato immediatamente dai locali della guardia medica così non consentendo di fatto il suo intervento, tanto da potere fondatamente ritenere che questa scelta aveva impedito l’instaurarsi del rapporto medico-paziente, che l’interessato non era giovanissimo, né sportivo, era anche sovrappeso e che quindi non vi era comunque la  prova certa del nesso di causalità tra la contestata omissione e l’evento occorso.
La Corte di Cassazione, quarta sezione penale, con la recente sentenza n. 9704//2022, depositata il 22.03.22, respinge il ricorso del medico così confermando la sentenza di condanna emessa dai giudici di merito
La Suprema Corte, in particolare osserva che la causa del decesso era stata correttamente individuata nell’esistente infarto del miocardio alla luce delle considerazioni esposte nelle sentenze del Tribunale e della Corte d’Appello che al riguardo hanno richiamato il contenuto della consulenza tecnica del P.M. e della documentazione clinica versata in atti e hanno evidenziato che le cure approntate presso l'ospedale, ove poi si era recato il paziente, erano state immediatamente indirizzate a soccorrerlo dall'infarto in atto mediante l’uso del defibrillatore, mentre l'incertezza sulla causa della morte è stata solo prospettata in linea teorica dalla difesa dell’imputato, senza essere suffragata da concreti elementi.
La Corte di Cassazione, inoltre, evidenzia che giustamente i giudici di merito avevano sottolineato che il paziente non solo non era in grado di allontanarsi repentinamente dal presidio, ma anche che è contrario a logica ritenere che una persona, colta da intenso malore, dopo avere cercato aiuto nella vicina guardia medica, abbia, improvvisamente mutato proposito, decidendo di sua iniziativa di raggiungere un ospedale lontano circa 18 chilometri.
Aggiunge la Cassazione che il giudice d’appello ha giustamente ritenuto sussistente il rapporto di cura tra il sanitario e il paziente, tenuto anche conto della circostanza che l’imputato aveva riportato sul registro della guardia medica la sua opinione in relazione alla riconducibilità del malore accusato ad un attacco cardiaco e che il nesso di causalità era stato correttamente accertato tenuto anche conto del fatto che il paziente era un soggetto in buone condizioni di salute, non era affetto da patologie conclamate e che nelle immediate vicinanze del presidio era presente un ambulanza attrezzata per il necessario soccorso.







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