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Articolo del 15/07/2021

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Falso in cartella clinica


a cura di Sergio Fucci


Un medico oncologo viene tratto a giudizio per rispondere del reato di cui agli artt. 479 e 476, comma secondo, c.p. per avere redatto la cartella clinica di una paziente omettendo di rappresentare che per errore era stato somministrato un farmaco che già aveva in precedenza determinato una reazione allergica in danno dell’interessata.


Il medico in primo grado viene ritenuto colpevole e condannato alla pena ritenuta di giustizia, con sentenza confermata in appello.
Il medico impugna la decisione ritenendola errata sotto il profilo dell’elemento soggettivo del reato, dato che pacificamente non aveva avuto alcun interesse a mantenere segreto quanto accaduto ad opera di altro sanitario e che quindi non sussisteva il dolo richiesto per la configurazione del delitto in oggetto.
La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 24595/2021, emessa dalla quinta sezione penale, depositata il 23/06/2021, dichiara inammissibile il ricorso del medico, confermando quindi l’irrogata condanna.
Osserva, in particolare, la Suprema Corte che l’imputato, pur avendo avuto nell’immediatezza conoscenza dell’errore occorso nella somministrazione del farmaco, con conseguente grave reazione allergica, aveva omesso di annotare nel diario clinico il tipo di farmaco somministrato alla paziente, così commettendo un falso per omissione della cui volontarietà non si può dubitare.
Ha aggiunto la Corte che è irrilevante la dedotta carenza di interesse a falsificare la cartella trattandosi nella fattispecie di reato per il quale è sufficiente il dolo generico.
La Corte, infine, ha richiamato a sostegno della sua decisione la sua giurisprudenza secondo la quale la cartella clinica, atto pubblico, deve presentare anche il requisito della completezza e che, quindi, l’omissione di un fatto clinico rilevante, come nella fattispecie, attribuisce all’atto il significato di una attestazione non conforme ai fatti (vedi, sul punto, anche Cass. Pen. Sent. n. 22200/2017).






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