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Articolo del 15/07/2021

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Profili di colpa a carico di un medico del pronto soccorso e di un collega chiamato a consulto per omessa tempestiva terapia per contrastare una sospetta meningite


a cura di Sergio Fucci


Il medico del pronto soccorso è in colpa se in presenza di un sospetto di meningite non prescrive senza indugio la terapia antibiotica imposta dal protocollo dell’ospedale ove lavora e suggerita anche dalle linee guida emanate dal Ministero della Salute per contrastare la malattia.


La colpa di questo sanitario non viene meno anche se si è attivato per trasferire il paziente in un altro ospedale munito di un reparto di malattie infettive, trasferimento reso peraltro non veloce per le difficoltà di reperimento di un posto libero, perché il citato protocollo prevede prioritariamente la somministrazione della terapia antibiotica. La colpa di questo sanitario non viene meno anche se si è attivato per avere un consulto da un neurologo dello stesso nosocomio in quanto il medico del pronto soccorso è tenuto a conoscere e a osservare le linee guida e protocolli vigenti nell’ospedale ove presta servizio, a nulla rilevando che la sua specializzazione è in cardiologia. Non è invocabile da questo medico il principio di affidamento nell’operato del collega neurologo perché in tema di cooperazione multidisciplinare ciascun sanitario risponde delle proprie autonome condotte colpose che hanno prodotto l’evento delittuoso.
Il neurologo chiamato a consulto in pronto soccorso non deve solo visitare il paziente e formulare una corretta diagnosi, ma anche prescrivere la terapia e somministrarla o interessarsi della vicenda controllando che le sue prescrizioni vengano eseguite da altri.
Questo medico è in colpa se omette di adempiere a queste incombenze in quanto ha gli stessi doveri professionali del collega che ha in carico il paziente presso un altro reparto.
Questi principi sono stati affermati dalla Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 24895/2021, emessa dalla quarta sezione penale, depositata il 30/06/2021, con la quale, peraltro, è stata annullata la sentenza d’appello e disposto un nuovo giudizio per accertare se l’ipoacusia in danno del paziente sia derivata dal contestato loro ritardo nel prescrivere e somministrare la terapia antibiotica oppure sia stata causata dai sanitari del nosocomio nel quale il malato è stato poi trasferito, dove pure la somministrazione della predetta terapia è cominciata alcune ore dopo l’arrivo.
I giudici della Suprema Corte hanno infatti rilevato nella sentenza impugnata un difetto di motivazione in relazione all’accertamento del nesso di causalità tra le suddette sussistenti condotte colpose e l’evento delittuoso contestato ai due medici.

 

 






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