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Articolo del 26/04/2021

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Servizio 118


a cura di Sergio Fucci


Un infermiere del servizio di urgenza e di emergenza del 118 viene tratto a giudizio con l’accusa di avere omesso un’adeguata intervista sul quadro sintomatologico di un paziente per il quale era stata formulata richiesta di intervento e quindi di non essere pervenuto ad una corretta valutazione delle condizioni del paziente, così da formulare un’urgenza da codice giallo anziché da codice rosso con conseguente non attivazione tempestiva di un automezzo con medico al seguito, nonostante avesse ricevuto una seconda chiamata nella quale si evidenziava l'insorgenza di un problema cardiaco, così provocando la morte del paziente per arresto cardiaco a seguito di infarto non trattato tempestivamente.


Il Tribunale ritiene colpevole l’infermiere del reato di omicidio colposo e lo condanna alla pena ritenuta di giustizia, oltre al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile.
La Corte d’Appello in parziale riforma della sentenza di primo grado, che conferma nel resto, dichiara non doversi procedere in relazione al reato ascritto perché estinto per intervenuta prescrizione.
L’imputato ricorre in cassazione deducendo, tra l’altro, l’erroneo accertamento del nesso causale tra la sua condotta e l’evento.
La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 11651/2021, emessa dalla quarta sezione penale, depositata il 29/03/2021, accoglie il ricorso avanzato dall’infermiere e annulla ai fini civili la sentenza impugnata con rinvio al competente giudice civile per un nuovo giudizio in punto rapporto di causalità.
La Suprema Corte, in particolare, osserva che è insufficiente e viziato logicamente il ragionamento del giudice di merito laddove affronta il problema causale dell'intervento salvifico mediante una doppia valutazione probabilistica e modulando il giudizio controfattuale non già sulle potenzialità salvifiche di un trattamento tempestivo mediante defibrillatore bensì sulla più probabile evoluzione dell'ischemia, ignorando i fattori causali alternativi invocati dalla difesa dell'imputato rappresentati dalla natura della patologia, dal possibile alternativo decorso eziologico (asistolia piuttosto che ischemia seguita da fibrillazione ventricolare) dallo stato clinico generale del paziente, dai tempi richiesti per l'intervento (laddove l'inconcludente e disancorato riferimento contenuto in sentenza è che ad ogni minuto trascorso le probabilità di sopravvivenza potevano decrescere anche del 10%), tutti elementi che, complessivamente considerati avrebbero giustificato un ragionamento più articolato.


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