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Articolo del 18/02/2021

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Responsabilitą penale del medico pubblico dipendente che usa attivitą fraudolente per attestare falsamente la propria presenza in servizio


a cura di Sergio Fucci


Il primo comma dell’art. 55, quinques, del D. Lgs n. 165/2001 (introdotto dall`art. 69 del d.lgs. n.  150 del 2009) stabilisce che “Fermo quanto previsto dal codice penale, il lavoratore dipendente di una pubblica amministrazione che attesta falsamente la propria presenza in servizio, mediante l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente,  ovvero giustifica l’assenza dal servizio mediante una certificazione medica falsa o falsamente attestante uno stato di malattia è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 400 ad euro 1.600. La medesima pena si applica al medico e a chiunque altro concorre nella commissione del delitto”



 
 
Questa norma è stata oggetto di un recente in­tervento interpretativo della Corte di Cassazione in un caso che ha riguardato due medici (dr. A, dirigente di una struttura complessa, e dr. B, un suo collaboratore) di un ospedale ai quali inizial­mente era stato contestato dalla pubblica accusa il concorso nel delitto di truffa aggravata all’ente pubblico (art. 640, secondo comma n. 1, c.p.) per avere il dr. B attestato falsamente la presenza in ospedale del dr. A (suo superiore gerarchico) attraverso un uso improprio del relativo badge/ cartellino marcatempo.

Il Tribunale, in sede di giudizio abbreviato, con sentenza dell’11/05/2015, aveva riqualificato il fatto come violazione del citato primo comma dell’art. quinques del D. Lgs n. 165/2001 e li ave­va condannati rispettivamente, il dr. A, alla pena di un anno e 4 mesi di reclusione e euro 800 di multa e, il dr. B, alla pena di 8 mesi di reclusione e euro 400 di multa, e, in solido, al risarcimen­to dei danni in favore dell’ASL costituitasi parte civile.

La Corte d‘Appello, con sentenza del 14/11/2018, aveva in sostanza confermato la sentenza del pri­mo giudice, pur limitando la condanna ad alcuni degli episodi di falsa timbratura oggetto di con­testazione.

Il dr. B ricorre, quindi, in cassazione sostenendo, tra l’altro, che la riqualificazione del fatto illegit­timamente operata dai giudici di merito aveva leso il suo diritto di difesa anche perché il terzo comma dell’art. quinques del D. Lgs n. 165/2001, a differenza dell’art. 640, secondo comma n.1, c.p., prevede la grave sanzione della radiazione dall’Albo dei medici.

Il dr. B, inoltre, sostiene che i giudici di merito non avevano correttamente esaminato la questio­ne della sussistenza in concreto dell’elemento psicologico del reato in presenza di sue deduzio­ni in merito alla convinzione dell’insussistenza dell’obbligo in capo al dr. A, suo capo gerarchi­co, di rispettare un orario di lavoro e di timbratu­ra, e deduce di non avere avuto alcun vantaggio dalle condotte contestate.

Il dr. A, dopo avere ribadito che la riqualificazio­ne giuridica del fatto contestato aveva leso il suo diritto di difesa, deduce a sua volta, che non era tenuto all’obbligo dell’osservanza delle 38 ore la­vorative settimanali in quanto la sua retribuzione era collegata solo al raggiungimento degli obiet­tivi prefissati e che era nulla la pattuizione contenuta nel suo contratto individuale di lavoro lad­dove prevedeva un orario minimo settimanale.

Il dr. A, inoltre, sostiene che i giudici di meri­to avrebbero erroneamente ritenuto applicabile l’art. quinques del D. Lgs n. 165/2001 in una fatti­specie che riguarda una figura apicale, quale è il direttore di una struttura complessa ospedaliera che è un dirigente il quale, per le funzioni svolte, non può essere automaticamente equiparato ad un qualsiasi dipendente pubblico.

La sentenza penale n. 45947/19 della Corte di Cassazione e i principi di diritto ivi affermati

La Corte di Cassazione respinge entrambi i ricorsi avanzati dai due imputati confermando quindi le condanne loro inflitte.

La Suprema Corte afferma, in particolare, che nel caso di specie deve essere esclusa la dedotta le­sione del diritto di difesa in quanto l’accusa ha contestato ai due imputati di avere, in concor­so tra di loro, attestato in alcune occasioni con modalità fraudolente la presenza in servizio, in realtà inesistente, del dr. A e, quindi, non può ritenersi imprevedibile la diversa qualificazione di questo fatto giustamente operata dai giudici in quanto gli artifici e i raggiri descritti nel capo di imputazione coincidono nel caso di specie con le false attestazioni della presenza del dr. A in servizio, effettuate dal dr. B attraverso il fraudo­lento uso del badge/cartellino marcatempo del suo capo gerarchico.

La Corte di Cassazione, inoltre, afferma che il dr. B, timbrando al posto del dr. A, ha concorso nel reato di cui all’art. 55, primo comma, del D. Lgs n. 165/2001 ritenuto sussistente dai giudici di merito e, quindi, è stato legittimamente condan­nato in solido al risarcimento dei danni cagionati all’ospedale in quanto il secondo comma della predetta norma stabilisce che “Nei casi di cui al comma 1, il lavoratore, ferme la responsabilità penale e disciplinare e le relative sanzioni, è ob­bligato a risarcire il danno patrimoniale, pari al compenso corrisposto a titolo di retribuzione nei periodi per i quali sia accertata la mancata prestazione, nonché il danno d’immagine di cui all’articolo 55 quater, comma 3-quater”.

La Suprema Corte, nel respingere anche il ricor­so del dr. A, ribadisce che l’illecito descritto nel primo comma dell’art. 55 D. Lgs n. 165/2001, di­versamente dalla truffa che incrimina le offese al patrimonio altrui mediante il ricorso alla fro­de, si consuma con la mera falsa attestazione da parte del dipendente pubblico della presenza in servizio attraverso una alterazione dei sistemi di rilevamento delle presenze o con altre modalità fraudolente, tra cui, come nella fattispecie, l’uso improprio del badge del direttore della struttura da parte del dr. B, suo collaboratore e concor­rente nel reato.

La Corte di Cassazione, inoltre, afferma che non vi possono essere dubbi sull’applicazione della fattispecie criminosa in questione anche ai diri­genti di una struttura complessa in quanto an­che costoro rientrano nella categoria dei pubblici dipendenti, come si evince dal disposto dell’art. 2095 codice civile.

La sentenza in commento non rappresenta un caso isolato in quanto la Suprema Corte con la sentenza penale n. 45106/2019, depositata il 06/11/2019, ha respinto il ricorso di un altro me­dico pubblico al quale era stato contestato il de­litto in esame consumato con l’uso fraudolento del badge personale, oltre quello di truffa aggra­vata ai danni dell’ospedale. È interessante notare che i supremi giudici hanno sottolineato che il D. Lgs n. 116/2016 ha introdot­to nell’art. 55, quater, del D. Lgs n. 165/2001, che prevede la sanzione disciplinare del licenziamen­to, anche la condotta di timbratura del cartellino per conto dei colleghi.


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