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Articolo del 26/11/2019

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Comportamento negligente del medico, errata diagnosi, decesso del paziente, responsabilitą penale di un pediatra


a cura di Sergio Fucci


(nota a Corte di Cassazione, quarta sezione penale, sentenza n. 3206/2019, dep. 23.01.2019)


 

Un pediatra viene tratto a giudizio per rispondere del delitto di omicidio colposo per avere cagionato in data 06/12/2011 il decesso di un suo paziente di 17 mesi, in cura dal 29/11/2011.
Al professionista viene contestato di avere tenuto un comportamento negligente avendo omesso di visitare il malato in data 05/12/2011 nonostante il bambino continuasse ad avere febbre elevata (come comunicato per telefono dalla madre), limitandosi a prescrivere paracetamolo in supposte e poi ibuprofene.
Inoltre viene addebitato al professionista di avere omesso di effettuare una diagnosi corretta dopo avere ricevuto nella mattinata del 06/12/2011 una ulteriore telefonata della madre che comunicava un rapido abbassamento della temperatura corporea del piccolo, circostanza che, stante il mancato miglioramento delle condizioni generali di salute, avrebbe dovuto
essere valutata quale sintomo allarmante di possibile insorgenza di una situazione settica. Il medico, infatti, si era limitato a prescrivere la somministrazione di paracetamolo per la riferita stomatite, omettendo negligentemente di sottoporre subito a visita il bambino ovvero a disporne l’immediato ricovero al pronto soccorso.
Infine al sanitario viene contestato di non avere effettuato una visita accurata nel pomeriggio del predetto giorno in quanto non si era accorto della comparsa di esantema petecchiale sul corpo del malato e aveva erroneamente insistito nella diagnosi di semplice influenza escludendo l’esistenza di una sepsi batterica, senza peraltro approfondire la situazione mediante una analisi accurata dei parametri dai quali sarebbe emersa l’esistenza in atto di una polmonite che aveva poi portato al decesso del piccolo avvenuto nella stessa serata del 06/12/2011.
Secondo la tesi dell’accusa, ritenuta fondata dal giudice di primo grado, queste colpevoli condotte avevano ritardato la somministrazione di una corretta terapia che ragionevolmente avrebbe impedito l’evento letale, con conseguente esistenza della contestata responsabilità penale.
La sentenza di primo grado viene confermata in appello in quanto i giudici di secondo grado ritengono, sulla base delle emergenze processuali, che la condotta del pediatra era stata gravemente negligente e imperita avendo il professionista non solo omesso di misurare la temperatura del piccolo nel pomeriggio del 06/12/2011, ma anche sottovalutato il quadro
complessivo del malato che presentava anche difficoltà respiratorie non ben analizzate, tant’è che l’antibiotico fu prescritto solo in via cautelativa in quanto nell’asilo nido frequentato si era diffusa la scarlattina.
La Corte d’Appello, inoltre, evidenzia che il comportamento colposo del pediatra emerge anche dal fatto che alla visita del pomeriggio del 06/12/2011 (avvenuta alle ore 18.00 circa) aveva fatto seguito l’intervento del servizio del 118 (chiamato dalla madre verso le ore 20.00 circa) nel corso del quale era stato constatato il rapido peggioramento delle condizioni respiratorie generali del bambino che, essendo intervenuto in poco più di due ore dalla visita, costituiva una ulteriore dimostrazione della negligenza e della imperizia del sanitario che avrebbe dovuto cogliere la gravità del processo settico in atto al momento del suo accesso nell’abitazione del malato e conseguentemente suggerire la necessità di procedere subito a specifici riscontri mediante esami di laboratorio in ambiente protetto.
Ricorre in cassazione il professionista lamentando che ingiustamente non si era proceduto in sede di appello a sentire come testimone la madre del malato e a disporre una perizia medicolegale come richiesto anche al fine di accertare sia la temperatura del piccolo paziente sia la presenza delle petecchie al momento della visita del 06/12/2011.
Deduce ancora l’imputato che una perizia dibattimentale sarebbe stata necessaria anche al fine specifico di dirimere i dubbi rappresentati da tutti i consulenti di parte in relazione al fatto che una diversa condotta del pediatra avrebbe avuto efficacia salvifica. Deduce, infine, l’imputato che non era stato tenuto in debito conto l’oggettiva difficoltà di inquadramento diagnostico della malattia e che comunque il suo comportamento era stato rispettoso delle indicazioni provenienti dalle linee guida con conseguente doverosa applicazione quantomeno del disposto di cui all’art. 3 della legge n. 189/2012 in tema di depenalizzazione della colpa lieve.
 
La sentenza n. 3206/2019 della Corte di Cassazione e i principi di diritto ivi affermati
 
La Suprema Corte, dopo avere osservato che la decisione di secondo grado deve essere letta unitamente a quella di primo grado trattandosi di due sentenze di identico tenore nelle loro conclusioni, ha evidenziato che il Tribunale ha ragionevolmente rilevato che, dopo cinque giorni dalla visita del 29/11/2011 e al termine delle cure indicate dal pediatra, il bambino presentava ancora un quadro clinico connotato da febbre persistente, tosse e raffreddore e che, quindi, sarebbe stato necessario approfondire, attraverso l’osservazione clinica, i motivi
per i quali il piccolo, a differenza del fratellino, non aveva reagito positivamente alla terapia somministrata.
Il mero contatto telefonico intervenuto nel pomeriggio del 05/12/2011 è stato pertanto giustamente ritenuto insufficiente al fine di procedere ad una corretta diagnosi. Il professionista, quindi, non è stato diligente esistendo validi motivi per procedere ad una visita diretta del malato la cui temperatura corporea non era diminuita nonostante le plurime somministrazioni di paracetamolo. 
D’altra parte non poteva essere escluso per telefono il rischio della complicanza più tenuta in questi casi, costituita da otiti e polmoniti. Come giustamente osservato dai giudici di merito, dal quadro anatomopatologico accertato dai consulenti del P.M. e dai tempi di insorgenza e di evoluzione dell’infezione emerge inoltre in modo credibile che già il 05/12/2011 la compromissione dell’obiettività polmonare avrebbe potuto essere rilevata qualora il medico avesse proceduto alla necessaria visita del malato.
Questo inadempimento ai propri doveri professionali è stato, quindi, giustamente qualificato dai giudici come una grave negligenza che è continuata nella mattinata del 06/12/2011 pur in presenza dei sintomi allarmanti riferiti per telefono dalla madre.
La visita avvenuta poi nel pomeriggio del 06/12/2011 risulta essere stata effettuata con modalità non attente e comunque non corrette perché anche in quella sede si è sottovalutato il quadro clinico dal quale, invece, emergevano elementi (ipotermia, tachipnea, obiettività polmonare alterata, esantema petecchiale) tali da consigliare l’immediato ricovero in ospedale.
Ritiene ancora la Cassazione che, in sostanza, è stato giustamente addebitato al pediatra un comportamento ingiustificatamente “attendista” tale da incidere sul piano causale sul decorso della malattia che ha portato al decesso il piccolo paziente che, invece, con alto grado di probabilità logica non si sarebbe verificato nei medesimi tempi qualora si fossero seguite
le indicazioni della scienza che suggerivano di aggredire in maniera tempestiva e efficace la grave sepsi batterica in atto, previo espletamento dei necessari approfondimenti diagnostici.
Il professionista, infine, ha tenuto una condotta notevolmente divergente da quella che avrebbe dovuto seguire secondo i dettami della scienza medica e, quindi, la sua colpa è stata giustamente qualificata “grave” e non “lieve” e conseguentemente punita.


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