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Articolo del 26/11/2019

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

ResponsabilitÓ civile di una casa di cura, di un ginecologo e di un suo collaboratore specializzando in ginecologia


a cura di Sergio Fucci


Una paziente - dopo avere esposto che, all'esito di amniocentesi eseguita da un ginecologo (dr. A) e della successiva comparsa di perdite di liquido amniotico, si era rivolta ad uno specializzando (dr. B) quale sostituto del predetto medico, in quel momento all'estero; che il dr. B Le aveva prescritto delle iniezioni di Gestone, e che, ricoverata poi d'urgenza nella casa di cura per perdite ematiche ed insorgenza di febbre, era stata sottoposta ad aborto, con peggioramento dello stato di salute fino a gravissimo shock settico, da cui conseguivano perdita della capacità di procreare e insufficienza renale cronica, nonostante i trapianti di rene eseguiti - conviene in giudizio innanzi al competente Tribunale la predetta casa di cura e i due medici (dr. A e dr. B) chiedendo il risarcimento dei danni subiti.



Si costituiscono le predette parti convenute chiedendo il rigetto della domanda e chiamando in causa le relative società assicuratrici.

Il Tribunale adito, sulla base di una CTU, ritiene infondata la domanda risarcitoria e, quindi, la respinge.

La Corte d’Appello, invece, all'esito di nuova CTU, accoglie l'impugnazione proposta dalla paziente, condannando la casa di cura, il ginecologo e lo specializzando, in solido fra di loro, al pagamento della somma di Euro 3.543.190,00, oltre interessi legali, e dichiarando tenute le compagnie di assicurazione a manlevare i rispettivi assicurati nei limiti indicati nella decisione. Il giudice d’appello osserva in particolare che l'esecuzione dell'amniocentesi da parte del ginecologo era stata corretta e che, sapendo di partire il giorno dopo per gli Stati Uniti, aveva affidato la sua paziente ad un suo collaboratore, specializzando in ginecologia, che avrebbe dovuto sostituirlo in sua assenza, il quale, contattato dalla paziente e messo a conoscenza della gravità della situazione, anziché prescrivere l'immediato controllo ecografico, una terapia antibiotica a largo spettro e poi il ricovero in una idonea struttura, si era limitato a prescrivere il solo Gestone, determinando l'aborto settico e le gravissime conseguenze derivatene.

Aggiunge la Corte d’Appello che il ginecologo, avendo stipulato con la paziente un contratto di cura come libero professionista, in base al disposto dell’art. 2232 cod. civ. deve rispondere dell’attività non correttamente e diligentemente posta in essere dal suo collaboratore (che, pur essendo in possesso delle cognizioni per desumere dai sintomi riferiti – perdite ematiche e febbre - che si erano verificate delle complicanze dell’amniocentesi, non aveva subito somministrato una terapia antibiotica e non aveva prescritto l’immediato ricovero in una struttura adeguata).

La casa di cura, invece, non avrebbe dovuto accettare il ricovero non essendo in grado di fronteggiare la situazione di emergenza creatasi, dovendo piuttosto trasferire la paziente presso una struttura più adeguata al caso.

Tutti e tre i convenuti ricorrono in cassazione affermando per vari motivi di non essere responsabili dei danni patiti dalla paziente.

La Corte di Cassazione, terza sezione civile, con la recente sentenza n. 26311/2019, depositata il giorno 17/10/2019, respinge tutti i ricorsi (che contengono anche motivi inammissibili per la loro non adeguata formulazione) e conferma la sentenza impugnata ritenendola correttamente e giustamente motivata sia in punto responsabilità per colpa sia nell’accertamento del nesso di causalità.

La Suprema Corte, per quanto riguarda la specifica posizione dello specializzando, richiama la giurisprudenza penale della Cassazione che afferma che questo sanitario non è presente nella struttura per la sola formazione professionale, né lo specializzando può essere considerato un mero esecutore d'ordini del tutore anche se non gode di piena autonomia; si tratta di un'autonomia che non può essere disconosciuta, trattandosi di persone che hanno conseguito la laurea in medicina e chirurgia e, pur tuttavia, essendo in corso la formazione specialistica, prestano la loro opera sotto le direttive del tutore, quindi, con limitati margini di autonomia.

Questa autonomia, seppur vincolata, non può che ricondurre anche allo specializzando le attività da lui compiute; e se lo specializzando non è (o non si ritiene) in grado di compierle deve rifiutarne lo svolgimento perché diversamente se ne assume le responsabilità (c.d. “colpa per assunzione” ravvisabile in chi cagiona un evento dannoso essendosi assunto un compito che non è in grado di svolgere).






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