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Articolo del 06/09/2019

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Intervento chirurgico durato dieci ore, mancato recupero di una garza, complicanza settica, decesso del paziente, responsabilità penale d'équipe


a cura di Sergio Fucci


(nota a Corte di Cassazione,quarta sezione penale, sentenza n. 54573/2018, dep. 06/12/2018)




Un uomo, affetto da carcinoma polmonare, viene sottoposto ad un lungo intervento chirurgico (durato circa 10 ore) eseguito dal dr. XY in qualità di capo équipe con la collaborazione di vari medici, tra cui il dr. KK subentrato come secondo chirurgo nella fase finale dell’operazione (dalle ore 14,00 sino alle ore 18,45).
Come accertato successivamente, viene dimenticata all’interno della cavità pleurica una garza di consistenti dimensioni che, secondo la tesi del consulente del P.M., cagiona una complicanza settica da cui deriva empiema con fistola, con conseguente decesso del paziente. Entrambi i chirurghi sopra menzionati vengono tratti a giudizio per rispondere del delitto di omicidio colposo e il Tribunale ritiene colpevole solo il capo équipe (dr. XY) che certamente doveva controllare che tutte le garze erano state rimosse, mentre assolve il dr. KK ritenendo che quest’ultimo non aveva concorso con la sua condotta a cagionare l’evento mortale.
Su ricorso del P.M., la Corte d’Appello, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ritiene sussistente anche la responsabilità del secondo operatore (dr. KK) osservando che il predetto aveva tenuto una condotta affetta da negligenza, sia per il mancato conteggio delle garze recuperate al momento dello scioglimento dell’équipe rispetto a quelle utilizzate, sia perché aveva abbandonato l’équipe senza una valida giustificazione (non avendo necessità di provvedere ad altre incombenze ed essendo ancora utile la sua collaborazione anche nella attività finale della sutura, stante la complessità dell’intervento).
Il giudice d’appello, inoltre, evidenzia che la responsabilità del secondo operatore (dr. KK) discende anche dal fatto che aveva omesso di recuperare la garza dalla sede operatoria pur avendo direttamente partecipato all’intervento, così concorrendo a realizzare l’evento letale. La Corte d’Appello, infine, nel confermare la condanna già inflitta dal giudice di primo
grado al dr. XY, richiamata la giurisprudenza in tema di responsabilità d’équipe, osserva che il capo équipe proprio per il suo ruolo apicale è corresponsabile del conteggio delle garze all’inizio e alla fine del trattamento anche alla luce di specifiche regole cautelari sintetizzate in “raccomandazioni ministeriali” e che il predetto aveva preso parte all’intero svolgimento
dell’intervento.
Entrambi gli imputati ricorrono in cassazione protestando la loro innocenza. Il capo équipe sostiene che non è stata indagata correttamente la causa del decesso (la fonte di innesco dell’infezione non era con certezza la garza incriminata), che non sono state tenute in debito conto le novità normative in tema di colpa penalmente rilevante, con particolare riferimento alla depenalizzazione della colpa lieve operata dall’art. 3 legge 189/2012 (cd. legge Balduzzi) da ritenere eventualmente sussistente stante la complessità, l’urgenza e le difficoltà dell’intervento eseguito.
Il secondo operatore, invece, sostiene che l’errore nella conta delle garze utilizzate e poi non tutte estratte era stato compiuto da altri, che si era allontanato su sollecitazione del primo operatore e che in ogni caso non sussistono i profili oggettivi e soggettivi della colpa contestatagli.
 
La sentenza della Corte di Cassazione e i principi di diritto ivi affermati 
 
La Suprema Corte ha respinto entrambi i ricorsi degli imputati, confermando quindi in via definitiva la loro responsabilità in ordine al delitto di omicidio colposo loro ascritto in concorso e le conseguenti statuizioni concernenti il risarcimento del danno in favore delle parti civili.
La Cassazione, in relazione alla posizione del capo équipe e ai i motivi di impugnazione da lui avanzati, ha osservato che gli accertamenti tecnici eseguiti dal consulente del P.M. avevano ricondotto i processi infettivi alla presenza della garza, sia in ragione della natura e delle caratteristiche delle aderenze e dei processi settici in atto (empiema sinistro, fistola bronco pleurica e polmonite sinistra in fase iniziale), sia in ragione della dislocazione della garza derelitta (in corrispondenza della cavità interessata dal trattamento chirurgico). Questi accertamenti, d’altra parte, non erano stati validamente contestati, né erano emersi ovvero indicati fattori causali alternativi preesistenti o sopravvenuti tali da interrompere la relazione causale tra la garza lasciata in cavità pleurica e i fenomeni infettivi che avevano condotto il paziente al decesso, secondo il giudizio del citato consulente fondato sull’assoluta coincidenza cronologica, topografica e fenomenologica tra il posizionamento del corpo estraneo e l’insorgenza della fatale complicanza.
Richiamando una sua precedente decisione sul punto (vedi la sentenza n. 34503/2016) la Suprema Corte ha ribadito inoltre che il controllo sul numero delle garze utilizzate non può correttamente ritenersi affidato esclusivamente al personale ausiliario (medico o infermieristico) in quanto anche il capo équipe ha il dovere di effettuare questo controllo e di verificare con attenzione il campo operatorio prima della chiusura proprio al fine di evitare l’abbandono di oggetti che possono mettere a rischio la salute dell’assistito.
La Cassazione, infine, ha escluso che nel caso di specie può trovare applicazione l’art. 3 legge n. 189/2012 perché il comportamento del primo chirurgo si è discostato dalle raccomandazioni ministeriali vigenti all’epoca dirette proprio ad evitare la ritenzione di presidi medici all’interno del sito chirurgico e, quindi, non era stato conforme alle buone prassi sanitarie come prescritto dalla predetta normativa quale condizione necessaria per la sua utilizzabilità in concreto. In relazione ai motivi di ricorso proposti dal secondo operatore (dr. KK), la Suprema Corte ha osservato che la responsabilità di questo chirurgo nasceva non solo dalla circostanza di avere coadiuvato l’opera dell’équipe medica al momento dell’inserimento della garza in situ, ma anche dal fatto che insieme agli altri non aveva provveduto a rimuoverla prima della definitiva complessa sutura.
La Cassazione, inoltre, ha condiviso l’affermazione del giudice d’appello laddove aveva sottolineato che anche il secondo operatore, assunta la posizione di garanzia nel momento in cui aveva iniziato a collaborare all’intervento, aveva il dovere di essere diligente nell’utilizzo della garze, in aggiunta a quello gravante sugli altri membri dell’équipe, proprio per evitare il prevedibile e evitabile abbandono del corpo estraneo all’interno del campo operatorio. Si tratta, invero, di seguire una regola cautelare che è alla base dei protocolli osservati nei luoghi di cura e delle raccomandazioni ministeriali all’uopo emanate.
L’eventuale, dedotta ma non provata, autorizzazione del capo équipe di cessare in via anticipata la collaborazione non può avere rilevanza avendo il dr. KK già assunto la predetta posizione di garanzia con il conseguente autonomo dovere di vigilanza anche al fine di evitare di lasciare garze nel corpo del paziente e, comunque, vi era l’esigenza di una fattiva attività di controllo delle garze da estrarre, tenuto conto non solo della stanchezza del dr. XY dopo dieci ore di intervento, ma anche delle difficoltà dello stesso articolato procedimento di sutura e della mancata esplicitazione nella scheda di intervento delle prescritte progressive operazioni di verifica e di conta delle garze (vedi, sul punto, la sentenza penale n. 22579/2005 della
Cassazione).


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