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Articolo del 29/04/2019

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Assoluzione per insussistenza del nesso causale dal contestato omicidio colposo


a cura di Sergio Fucci


(nota a Corte di Cassazione, quarta sezione penale, sentenza n. 43794/2018, dep. 03/10/2018)


Un uomo, già affetto in passato da problemi cardiaci, giunge presso il presidio di guardia medica di un'isola lamentando dolori al torace o comunque una sintomatologia (definita dal medico di turno come “precordialgia con irradiazione regionale laterale dx sx del collo”) riferibile ad un possibile infarto.
Il paziente decede dopo circa 15 minuti dall’ingresso nel presidio dove gli è stata essenzialmente praticata una manovra di defibrillazione senza esito positivo.
Rilevato un comportamento negligente e imperito nell’assistenza al malato e ritenuto che il paziente sia deceduto per questa condotta non corretta sul piano diagnostico/terapeutico, il Pubblico Ministero chiede che il predetto sanitario venga tratto a giudizio per rispondere del delitto di omicidio colposo.
Il medico, all’esito della perizia effettuata in dibattimento, viene assolto in primo grado dal competente Tribunale per insussistenza del nesso causale tra la condotta tenuta nell’occasione e l’evento mortale verificatosi.
La sentenza di assoluzione viene confermata in appello in quanto la Corte d’Appello, valorizzando il percorso scientifico dei periti nominati dal primo giudice, afferma che la condotta tenuta dal sanitario, benché non conforme alla buona pratica, non aveva avuto un ruolo causale nella produzione dell’evento morte che, alla luce del quadro clinico, si sarebbe verificato in ogni caso.
Il giudice di secondo grado, in particolare, valutate le contrastanti dichiarazioni testimoniali raccolte sul punto, ritiene che una defibrillazione era stata effettuata e che non vi era una prova certa che si trattava di un evento in concreto defibrillabile, specie in ragione delle gravi condizioni del paziente.
La Corte inoltre evidenzia che dall’autopsia era emersa una ipertrofia eccentrica cardiaca e che viste le condizioni del paziente era innanzitutto necessario procedere con urgenza alla rianimazione, come d’altra parte sostenuto dai periti del Tribunale.
Quindi non aveva rilevanza nel caso di specie la contestata omissione dell’effettuazione di un elettrocardiogramma che, vista la situazione e il breve lasso di tempo tra l’ingresso del paziente nel presidio e l’evento infausto, non aveva una prioritaria rilevanza diagnostica o terapeutica. Anche il contestato mancato contatto con il reparto di cardiologia del più vicino ospedale nella terraferma per un supporto diagnostico/terapeutico, secondo il giudizio dei giudici sia di primo che di secondo grado, non aveva inciso negativamente in quanto avrebbe solo comportato una perdita di tempo in una situazione nella quale era urgente procedere subito con la defibrillazione. Si era, infatti, creata repentinamente una condizione di ipotensione che non avrebbe consentito la somministrazione di adrenalina per via endovenosa, ma solo per via intracardiaca, e comunque, anche il mancato utilizzo di antiaggreganti piastrinici e beta-bloccanti non avrebbe potuto modificare l’esito delle cure per il mancato assorbimento della terapia nel breve lasso di tempo prima del decesso, cagionato essenzialmente da un sussistente stato di scompenso cardiaco congestizio indicativo di una importante compromissione disfunzionale/contrattile che aveva condizionato l’esito della vicenda. In sostanza il substrato anatomo-funzionale cardiaco del paziente era talmente compromesso da non consentire (anche secondo i periti) il ripristino di una attività elettrica efficace.
La sentenza assolutoria d’appello è stata, quindi, impugnata con ricorso in cassazione non solo dalla Parte Civile, ma anche dalla Procura Generale.
Le parti ricorrenti hanno dedotto che la decisione era affetta da un grave travisamento delle prove acquisite agli atti e da una manifesta illogicità della motivazione con particolare riferimento alle prove testimoniali dalle quali emergeva l’inosservanza da parte del medico dei protocolli terapeutici da seguire per il trattamento degli scompensi cardiaci e anche la mancata o maldestra esecuzione degli interventi indicati dalle linee guida per il trattamento delle crisi cardiache.
Nel ricorso viene anche sottolineato il mancato o maldestro tentativo di utilizzo da parte dell’imputato del defibrillatore e il macroscopico errore di carattere scientifico commesso dai periti che avevano ingiustamente ritenuto che il paziente era affetto da uno scompenso cardiaco congestizio.
 
L’esito del giudizio in Cassazione e i principi di diritto affermati dalla Suprema Corte
 
La Corte di Cassazione, con la sentenza penale n. 43794/2018, depositata il 03/10/2018, oggetto di questo commento, respinge i ricorsi e conferma l’assoluzione del medico imputato. La Suprema Corte, in particolare, sottolinea che i vizi di motivazione enunciati dai ricorrenti
si risolvono nella sostanza in una proposta di rilettura delle fonti di prova acquisite al processo che i giudici di merito hanno adeguatamente valutato, con indicazione analitica delle specifiche ragioni del loro convincimento.
Il vizio denunziato, quindi, non sussiste anche perché, come evidenziato dalla Suprema Corte, non è possibile in sede di legittimità “rileggere” gli elementi di fatto della fattispecie oggetto di giudizio ovvero procedere ad un rivalutazione sulla rilevanza e sull’attendibilità dei testimoni, ma solo verificare l’esistenza o meno di una struttura logica nel ragionamento
esposto in sentenza dai giudici di merito.
La Suprema Corte, inoltre, afferma che nel caso di specie si discute essenzialmente non delle condotte negligenti o imperite contestate all’imputato, ma solo della valutazione operata dai giudici di merito laddove, con motivazione idonea a resistere alle critiche dei ricorrenti sul punto, hanno escluso l’incidenza di questi comportamenti sull’esito infausto, tenuto anche conto che l’accertamento positivo del nesso di causalità deve essere connotato da requisiti tali da superare “ogni ragionevole dubbio”.
Osserva ancora la Suprema Corte che nel caso di specie non sono stati acquisiti agli atti elementi certi per ritenere che l’evento ischemico miocardico fosse defibrillabile in concreto e che i giudici di merito, alla luce delle gravi condizioni del paziente, avevano comunque motivatamente affermato che anche una corretta defibrillazione non avrebbe consentito di ripristinare una attività elettrica efficace.
Non coglie, infine, nel segno la deduzione dei ricorrenti che hanno ribadito che era stata trascurata la decisiva circostanza che da precedenti accertamenti risultava che il cuore del paziente era da collocare nella “Classe I” della New York Heart Association, in quanto ben poteva esserci stato un rilevante peggioramento delle condizioni del malato successivamente, come accertato dai periti in base anche ai risultati dell’esame autoptico. I periti, invero, avevano chiarito che l’evento acuto (sindrome coronarica acuta/ischemia prolungata) era insorto “in un soggetto che si trovava in un complicato e precario equilibrio emodinamico”, con un evidente peggioramento rispetto alle pregresse richiamate condizioni di salute.
La sentenza della Cassazione conferma l’importanza dell’accertamento del nesso di causalità nella verifica della responsabilità penale del medico, nesso che in caso di condotte omissive sussiste solo se vi è la prova, nel caso di specie inesistente, che una diversa corretta condotta avrebbe avuto esito positivo nell’evitare l’evento mortale.







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