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Articolo del 29/04/2019

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Accertamento del nesso di causalità nei procedimenti per malpratica in sede civile


a cura di Sergio Fucci


La Corte di Cassazione, terza sezione civile, con la recente sentenza n. 5487/2019, depositata il giorno 26/02/2019, ha ribadito che nei giudizi risarcitori da responsabilità sanitaria compete al paziente provare il nesso di causalità tra l’insorgenza o l’aggravamento della patologia e la condotta del sanitario, mentre compete alla struttura, dopo che il paziente ha ottemperato al predetto onere probatorio, fornire la prova dell’esistenza di una causa imprevedibile e inevitabile che ha reso impossibile la prestazione di cura dovuta.

 



La Suprema Corte ha altresì precisato che se rimane sconosciuta la causa materiale del danno deve essere esclusa la responsabilità della struttura e che l’accertamento del nesso di causalità in sede civile deve rispondere al criterio del “più probabile che non” dopo avere esaminato tutta la condotta che il paziente ha indicato essere stata la causa del danno senza procedere ad una “segmentazione” della stessa.

Questi principi sono stati affermati in un caso che riguarda un paziente che si era rivolto il 7 e il 13/05/2009 ad un presidio della guardia medica lamentando un dolore al fianco sinistro anche da “decompressione dell’emicostato sinistro” e, dopo essere stato visitato da un sanitario, gli era stato somministrato per via intramuscolare un antidolorifico e rinviato a casa.

Il paziente, che si era nuovamente recato allo stesso presidio in data 24/05/2009 accusando gli stessi sintomi e dopo la visita avvenuta alle ore 17,45 era stato nuovamente rinviato a domicilio, era poi deceduto in seguito ad un malore alle ore 18,30 dello stesso giorno mentre era in auto con la moglie e la figlia.

Una denunzia in sede penale era stata archiviata, ma il consulente del P.M. aveva concluso il suo elaborato sostenendo che se il paziente fosse stato inviato il 24/05/2009 presso il pronto soccorso ospedaliero che si trovava nello stesso edificio del presidio di guardia medica avrebbe potuto essere salvato mediante l’uso di un defibrillatore, così ipotizzando una possibile responsabilità civile della struttura.

Gli eredi hanno quindi chiesto e ottenuto dal Tribunale una condanna dell’Asl al risarcimento dei danni subiti in conseguenza della morte del loro congiunto per una inadeguata assistenza da parte del personale operante presso il predetto presidio con sentenza poi riformata dai giudici di appello che, senza espletare una CTU in sede civile, hanno ritenuto insussistente la necessaria prova del nesso di causalità.

La Cassazione, infine, ha accolto il ricorso degli eredi annullando la sentenza d’appello per difetto di adeguata motivazione essendosi i giudici di merito soffermati solo sull’episodio del 24/05/2009 e non sulla complessiva assistenza prestata nel mese di maggio al paziente, ingiustamente sottovalutando altresì quanto emergeva dalla consulenza effettuata in sede penale.







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