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Articolo del 20/11/2018

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Peculato per appropriazione di somme incassate nell’intramoenia allargata


a cura di Sergio Fucci


Ad un medico ospedaliero, autorizzato all’esercizio dell’attività intra moenia nel proprio studio, viene contestato di essersi appropriato delle somme pagate dai pazienti per le prestazioni effettuate in tale regime (e anche in una altro studio ove aveva trasferito questa attività senza autorizzazione dell’Asl) senza versare all’ente la quota dei corrispettivi incassati direttamente, rilasciando ai pazienti ricevute senza valore fiscale e riversando poi, in un numero inferiore rispetto alle prestazioni effettivamente rese, i dati dei suddetti pazienti sui bollettari forniti dall’azienda sanitaria.



Tratto a giudizio, il medico viene condannato in primo grado alla pena di 2 anni e quattro mesi di reclusione per peculato (art. 314 c.p.), con sentenza confermata in appello.

Il medico ricorre, quindi, in cassazione contestando l’esistenza del reato attribuitogli.

La Corte di Cassazione, nella recente sentenza n. 38553/2018, sesta sezione penale, depositata il 13/08/2018, ha ritenuto manifestamente inammissibile il ricorso dell’imputato, con conseguente conferma della decisione impugnata.

La Suprema Corte, per quello che interessa in questa sede, ha osservato che integra il delitto di peculato la condotta del medico dipendente di un ospedale pubblico che, svolgendo in regime di convenzione l’attività intramuraria allargata (cioè quella svolta previa autorizzazione presso il proprio studio privato), dopo avere riscosso l’onorario dovuto dal paziente, omette di versare all’azienda quanto di sua spettanza, così appropriandosi di tutto quanto incassato.

In questa situazione il medico assume la qualifica di pubblico ufficiale in quanto si sostituisce ai funzionari amministrativi dell’ente nell’attività pubblicistica di riscossione dei pagamenti ricevuti dai pazienti.

La Corte di Cassazione ha escluso la configurabilità del meno grave reato di truffa aggravata in danno dell’Asl in quanto il medico in questione per ragione del proprio ufficio aveva il possesso e la disponibilità del denaro corrisposto dai pazienti in relazione alle operazioni incriminate.



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