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Articolo del 21/03/2018

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Adenocarcinoma rettale infiltrante, medico che pratica cure di tipo ayurvedico, colpa professionale e accertamento nesso causale


a cura di Sergio Fucci


Un medico, che pratica la medicina ayurvedica, viene tratto a giudizio per rispondere di omicidio colposo in danno di un suo paziente affetto da adenocarcinoma rettale infiltrante che, secondo la tesi dell’accusa, era stato convinto dal predetto sanitario a non sottoporsi ad un intervento chirurgico, ma a seguire le terapie da lui prescritte consistite nell’uso di medicinali di tipo ayurvedico e di diete vegetariane, così favorendo un decesso anticipato del malato.

Il medico, in primo grado, viene ritenuto colpevole del reato ascritto e condannato alla pena di giustizia, mentre in appello viene dichiarato prescritto il delitto di omicidio colposo e viene anche ridotta l’entità del risarcimento dovuto alla parte lesa costituitasi parte civile.



L’imputato ricorre in cassazione sostenendo in sostanza che era stato il paziente a scegliere di sua iniziativa di non seguire le cure tradizionali e di rifiutare l’intervento chirurgico e che, comunque, nel caso di specie le terapie tradizionali assicurano una sopravvivenza di non più di due anni e sei mesi, mentre il paziente con il sostegno della medicina ayurvedica aveva vissuto circa due anni e otto mesi.

La Corte di Cassazione, quarta sezione penale, con la recentissima sentenza n. 7659/2018, depositata il giorno 16/02/2018, dopo avere affermato la sussistenza di una condotta colposa nel comportamento del medico che aveva indotto il paziente a non seguire le cure tradizionali, annulla la sentenza d’appello impugnata per difetto di motivazione in relazione al nesso causale tra la condotta incriminata e l’evento mortale, rinviando quindi per un più approfondito esame di questa questione (rilevante anche per la responsabilità civile da reato) al giudice civile in grado d’appello.

La Cassazione, in particolare, osserva che, secondo quanto correttamente accertato dai giudici di merito, il paziente era orientato ad operarsi prima di incontrare il medico imputato e che poi cambiò idea perché il sanitario gli prospettò la curabilità del tumore con i prodotti ayurvedici senza informarlo in modo chiaro ed esplicito che queste cure non lo avrebbero portato alla guarigione ovvero non gli avrebbero assicurato una sopravvivenza maggiore o una sintomatologia meno dolorosa di quella ottenibile con le cure tradizionali.

La Suprema Corte, però, rileva un difetto di motivazione sul nesso causale non avendo il giudice d’appello adeguatamente valutato questo profilo rilevante per accertare se il medico è tenuto o meno a risarcire il danno che la parte lesa deduce essere conseguente al suo colposo comportamento che ha provocato il decesso.

La Cassazione sottolinea che è “causa” di un decesso quella condotta antecedente senza la quale questo evento non si sarebbe verificato, perché se l’evento si sarebbe comunque verificato viene a mancare il nesso causale tra il comportamento incriminato e il decesso in questione.

La Suprema Corte, infine, ricorda che per accertare la sussistenza o meno del nesso causale è necessario prima accertare tutti gli elementi rilevanti in ordine alla reale “causa” del decesso e poi verificare se questo evento non si sarebbe realizzato (ovvero sarebbe accaduto ma in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva) qualora il medico avesse tenuto la condotta doverosa ingiustamente omessa.







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