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Articolo del 28/02/2018

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Rifiuto all’emotrasfusione da parte di paziente Testimone di Geova


a cura di Sergio Fucci


Quale responsabilità è ipotizzabile per il medico che disattende la volontà del malato?


Una paziente ricoverata in un ospedale per un intervento rifiuta espressamente le trasfusioni di sangue proposte perché contrarie al suo credo religioso di Testimone di Geova. Analogo rifiuto viene poi espresso dall’amministratore di sostegno del paziente nel frattempo nominato dal Giudice Tutelare, interpellato dal medico con richiesta scritta di far conoscere la
sua opinione.
Ciò nonostante le trasfusioni vengono eseguite e, denunziato il fatto, viene poi iniziato dal Pubblico Ministero un procedimento penale a carico del medico al quale viene contestato il delitto di cui all’art. 323 c.p. (abuso di atti d’ufficio).
All’esito delle indagini il P.M. chiede al competente Giudice delle Indagini Preliminari (G.I.P.) l’archiviazione del procedimento, provvedimento rispetto al quale viene presentata opposizione anche dall’ex amministratore di sostegno della paziente nel frattempo deceduta.
Il G.I.P., all’esito della relativa udienza, dispone l’archiviazione del procedimento per il delitto di cui all’art. 323 c.p. osservando che questo delitto non sussiste non avendo il medico, per ovvi motivi, agito con dolo per ottenere un ingiusto profitto per sé o altri, né per recare un danno ingiusto alla persona trasfusa.
Il G.I.P., peraltro, ritiene sussistenti nel comportamento del sanitario i presupposti per contestare al medico i delitti di cui all’art. 610 c.p., (violenza privata) e all’art. 388 c.p. (mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice) in quanto, secondo la sua ricostruzione, le trasfusioni sono avvenute con violenza fisica cioè attraverso un ago inserito nel corpo della paziente e, inoltre, il trattamento incriminato è stato eseguito in violazione di un provvedimento del giudice tutelare che aveva nominato l’amministratore di sostegno proprio per esprimere il rifiuto delle trasfusioni per conto dell’interessata.
Il G.I.P. nel suo provvedimento, con il quale ordina al Pubblico Ministero di procedere per i due delitti sopramenzionati, esclude specificamente che nella fattispecie possa essere applicata l’invocata esimente dello stato di necessità (art. 54 c.p.) affermando che il medico non può procedere al trattamento sanitario espressamente rifiutato perché, in presenza di un rifiuto esplicito, libero e valido alle trasfusioni, viene meno l’obbligo deontologico e professionale di agire con le emostrasfusioni proposte.
Aggiunge, inoltre, il Giudice che l’art. 54 del c.p. è una norma ordinaria e, quindi, non può essere legittimamente interpretata in modo tale da abilitare il medico a superare il disposto dell’art. 32 della Costituzione che prevede che nessun trattamento, salvo quelli obbligatori per legge, può essere eseguito senza il consenso della persona interessata.
Secondo il G.I.P., in sostanza, se una paziente rifiuta una emostrasfusione con la consapevolezza dei rischi ai quali va incontro per la sua salute e vita, espressamente accettando che si possano verificare questi rischi in base ad una sua personale scelta, non è possibile per il medico legittimamente invocare il disposto dell’art. 54 del codice penale.
Questo, in sintesi, il contenuto del provvedimento del G.I.P. sul quale è opportuno riflettere perché riporta in primo piano in linea generale la questione del valore giuridico del rifiuto espresso consapevolmente dal paziente rispetto alla terapia proposta, ma anche specificamente il tema del rifiuto delle trasfusioni manifestato per motivi religiosi dai Testimoni di Geova e la possibilità di sanzionare il comportamento del sanitario che ritenga di potere superare questo
rifiuto nell’esercizio della sua professione.

Il valore giuridico del rifiuto delle cure
Il rifiuto delle cure deve in linea generale ritenersi legittimo anche rispetto alle cosiddette cure salvavita quando la volontà del paziente maggiorenne e capace viene manifestata in modo consapevole rispetto ai rischi conseguenti a tale scelta.
È quindi fondamentale che vi sia una corretta informazione medica rispetto ai motivi per i quali viene proposto il trattamento poi oggetto del rifiuto.
Nel caso di specie, peraltro, il rifiuto delle emotrasfusioni risulta essere stato manifestato non per un capriccio, ma per motivi religiosi che la nostra Costituzione tutela laddove, all’art. 19, stabilisce che “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma”.
Lo stesso codice di deontologia medica, nella versione vigente, all’art. 35 afferma che “il medico non intraprende né prosegue in procedure diagnostiche e/o interventi terapeutici senza la preliminare acquisizione del consenso informato o in presenza di dissenso informato” così dando espressa importanza alla volontà della persona maggiorenne che è chiamata a manifestare consapevolmente le sue scelte rispetto alla gestione della sua salute.
D’altra parte è noto che la giurisprudenza della Corte Costituzionale è ferma nel ritenere che un trattamento sanitario può essere legittimamente reso obbligatorio per legge solo quando è diretto a tutelare nello stesso tempo il diritto alla salute dell’individuo e l’interesse della collettività ad evitare la diffusione di malattie infettive, come nel caso delle vaccinazioni rese obbligatorie con legge approvata dal Parlamento.

I rischi ai quali va incontro il medico che esegue un trattamento espressamente e consapevolmente rifiutato dalla persona interessata
Come si evince dalla ordinanza del G.I.P. di Tivoli oggetto di questo commento è possibile che il medico venga chiamato a rispondere in sede penale del suo illegittimo comportamento attraverso la contestazione di reati (come quelli previsti dagli artt. 610 e 388 c.p.) che, seppure non sono diretti specificamente a sanzionare il trattamento sanitario “arbitrario” perché
eseguito contro la volontà del malato, vengono poi utilizzati a tal fine.
Allo stato non si conosce ancora l’esito del procedimento penale in questione e, quindi, occorrerà attendere per verificare se l’impostazione dell’accusa da parte del G.I.P. verrà giudicata corretta sul piano giuridico.
Qualche perplessità può sorgere al riguardo quantomeno per la contestazione dell’art. 388 c.p. perché, in realtà, il provvedimento del giudice tutelare sembra riguardare solo la nomina dell’amministratore di sostegno con la conseguenza che verrebbe a mancare il presupposto costituito da uno specifico provvedimento giudiziario che imponga al medico di astenersi dal praticare le emotrasfusioni rifiutate.
Il medico, in ogni caso, potrebbe essere sottoposto a procedimento disciplinare in sede deontologica in quanto con il suo comportamento ha violato la normativa che riconosce valore cogente al “dissenso informato” e, quindi, al rifiuto consapevole della persona rispetto al trattamento proposto.
Un ulteriore rischio riguarda la possibilità che il paziente Testimone di Geova agisca in sede civile lamentando di avere subito un trattamento indesiderato, quale è l’emotrasfusione, e quindi di avere subito un danno per essere stato costretto a violare un precetto della propria fede religiosa.
Questo tipo di azioni giudiziarie, dirette solo ad ottenere un risarcimento del danno non patrimoniale subito in seguito alla lesione di un bene diverso da quello della salute, cominciano ad essere intraprese proprio per la difficoltà di sanzionare adeguatamente in sede penale un comportamento sanitario vissuto come una sorta di sopraffazione rispetto al proprio credo religioso. 
 






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