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Articolo del 26/01/2018

Categoria: Giurisprudenza sanitaria

Responsabilitą penale per trasfusione di emazie concentrate non emocompatibili con il gruppo sanguigno del paziente ricevente


a cura di Sergio Fucci


(nota a Corte di Cassazione, quarta sezione penale, sentenza n. 50038/2017, dep. 31/10/2017)
 
Il 02/07/2009 viene eseguita una trasfusione di sangue (RHA+) ad un paziente ricoverato nel reparto di ortopedia di un ospedale e il malato decede nella stessa giornata per una reazione emolitica acuta post-trasfusionale in conseguenza della trasfusione di emazie concentrate non emocompatibili con il gruppo sanguigno (RH0+) del paziente ricevente. 


Vengono tratti a giudizio per rispondere del reato di cui agli artt. 41, 110, 113 e 589 del codice penale quattro persone, un tecnico addetto al servizio di trasfusione (sig. A), due medici ortopedici in servizio nel reparto ove era ricoverato il paziente (sigg. B e C) e un anestesista (sig. D) chiamato a consulto alle ore 18,15 circa del 02/07/2009.

Ai primi tre imputati viene contestato di avere agito non solo con colpa generica (negligenza, imprudenza, imperizia), ma anche con colpa specifica consistita nella violazione delle linee guida raccomandate dal Ministero della Salute ai fini della prevenzione degli errori trasfusionali e adottate dall’ospedale nel protocollo aziendale diretto proprio a prevenire questa tipologia di errori.

Al tecnico (sig. A), in particolare, viene contestato di avere consegnato ad un infermiere due sacche destinate ad altro malato con gruppo sanguigno incompatibile con quello della vittima come indicato nella relativa richiesta.

Al medico ortopedico (sig. B) viene contestato di avere disposto la trasfusione senza prima controllare la corrispondenza del gruppo sanguigno riportate sulle sacche con quello del paziente ricevente e, inoltre, di avere incaricato un infermiere del reparto di eseguire l’atto (particolarmente rischioso in sé) e di monitorarne l’andamento senza, peraltro, essere presente per un controllo diretto nel corso della prima fase di infusione del sangue.

Al collega ortopedico (sig. C) viene contestato di non avere individuato i sintomi manifestati dalle condizioni cliniche del paziente pochi minuti dopo la somministrazione della prima sacca di emazie, di non avere posto una diagnosi differenziale e di avere comunque omesso di controllare la compatibilità del sangue con il gruppo sanguigno del malato, tralasciando così di sospendere l’attività e ordinando invece la somministrazione della seconda sacca.

All’anestesista-rianimatore (sig. D) chiamato per un consulto nel reparto in seguito alla crisi ipotensiva del paziente di avere omesso di ricercare la causa della crisi, limitandosi a recepire le informazioni ricevute dall’ortopedico (sig. C) pur avendo competenze specifiche in materia trasfusionale data la sua specializzazione.

Tutti e quattro gli imputati vengono ritenuti colpevoli del reato loro ascritto di concorso nell’omicidio colposo in danno del paziente e condannati alla pena di giustizia con sentenza confermata poi in grado di appello.

La Corte d’Appello afferma, infatti, che era compito del tecnico controllare l’esatta corrispondenza dei dati anagrafici del paziente e dei codici magnetici identificativi delle sacche destinate al malato (riportati sulla copia della richiesta consegnata dall’infermiere) con i codici identificativi delle sacche di emocomponente indicati sulla matrice della richiesta stessa; che i due ortopedici del reparto, avendo assunto la posizione di garanzia rispetto al malato, avrebbero dovuto rilevare l’errore e comunque controllare l’esecuzione dell’attività verificando l’insorgenza dei sintomi accusati dal paziente invece di far proseguire la trasfusione incompatibile; che l’anestesista chiamato a consulto avrebbe dovuto ricercare e individuare la causa delle crisi ipotensiva insorta nel paziente con l’indicazione delle conseguenti terapie.

Gli imputati non ritengono corretta la loro condanna e, pertanto, ricorrono in cassazione protestando la loro innocenza.

Il tecnico (sig. A) deduce, tra l’altro, di avere avuto solo un ruolo “esecutivo” e che vi è stata una interruzione del nesso di causalità tra la sua condotta e la trasfusione che è un atto medico regolamentato da procedure operative specifiche che i medici e gli infermi sono tenuti a seguire.

L’ortopedico (sig. B) sostiene, tra l’altro, che la sua attività è stata in concreto scarsamente offensiva della salute del paziente dato che il malato dopo la prima trasfusione aveva recuperato uno stato di evidente benessere e che solo la successiva attività posta in essere dal collega di reparto (dr. C) e dall’anestesista ha innescato un rischio assolutamente eccentrico rispetto a quello originario.

L’ortopedico (dr. C) a sua volta sostiene, tra l’altro, che al momento del suo intervento erano state somministrate emazie di quantità tale da essere letali e, quindi, anche se avesse tenuto una condotta diversa dall’omissione contestatagli l’evento si sarebbe verificato ugualmente; che, inoltre, non erano state valutate debitamente le sue deduzioni diretta ad ottenere l’applicazione nel caso di specie del principio di affidamento.

L’anestesista (dr. D), infine, sostiene tra l’altro che è stato sottovalutato il limitato apporto richiestogli in qualità di consulente alle ore 18,15 del 02/07/2009, non è stato spiegato perché avrebbe dovuto procedere ad una diversa e autonoma diagnosi a fronte di un quadro stabilizzato del paziente sottoposto a pregresso intervento di protesi dell’anca e che i giudici non hanno affrontato correttamente il tema dell’interruzione del nesso causale a fronte delle emazie trasfuse sino al momento del suo operato.

L’esito del giudizio in cassazione e principi affermati dalla Suprema Corte

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 50038/2017 oggetto di questo commento, ritiene inammissibili i ricorsi proposti dal tecnico (sig. A) e dal’ortopedico (sig. B) e, quindi, conferma le statuizioni di condanna emesse nei loro confronti; ritiene, invece ammissibili i ricorsi avanzati dal secondo ortopedico (sig. C) e dall’anestesista (sig. D.) in quanto non manifestamente infondati laddove hanno proposto uno specifico motivo inerente il mancato corretto esame dell’effettivo ruolo salvifico delle giuste condotte contestate come omesse e dichiara estinto il reato loro rispettivamente ascritto, avendo accertato il decorso del tempo necessario all’uopo.

La Suprema Corte afferma, in particolare, che è grave l’errore di trasfusione contestato, errore che ha certamente avuto una incontestabile efficacia causale nella produzione dell’evento mortale, che non può invocare il principio di affidamento il soggetto che non ha osservato una regola precauzionale che era tenuto a rispettare anche se successivamente interviene un’altra condotta colposa ad opera di una diversa persona poiché la responsabilità del primo persiste in base al principio di equivalenza delle cause, salvo che si possa affermare che la causa sopravvenuta presenta il carattere dell’eccezionalità ed imprevedibilità.

La Suprema Corte, inoltre, esclude che nel caso di specie possa essere ritenuto interrotto il nesso causale, come sostenuto dai ricorrenti, in quanto le condotte contestate agli imputati appartengono alla stessa area di rischio correlata sia all’errata consegna delle sacche incompatibili da parte del tecnico sig. A, sia all’esecuzione da parte dei due ortopedici del trattamento senza controllare l’idoneità del prodotto da trasfondere al paziente in cura, sia, infine, l’omissione di ogni diagnosi differenziale da parte dell’ortopedico sig. C e dell’anestesista sig. D.

Le diverse statuizioni della Suprema Corte nei confronti dei quattro imputati sono giustificate dal giudizio di manifesta infondatezza dei ricorsi del tecnico e del primo ortopedico, mentre gli altri due ricorsi sono stati giudicati ammissibili con conseguente dichiarazione di prescrizione del reato.







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